Mi ricordo l'emozione di me bambino davanti a un numero di magia, o di fuochi d'artificio. Mi ricordo lo stupore e la meraviglia, semplici e puri, davanti al mistero dell'invisibile che si parava davanti ai miei occhi. Mani che sapevano si aprivano per regalarti un momento di gioia, svelando e velando qualcosa di misterioso. E la contentezza era libera da ogni ansia di conoscere, e si contentava di “sapere”, di annusare da lontano, di guardare da quel posto privilegiato di chi non è a parte di quel che c'è dietro. Mai mi ricordo di aver detto, o pensato: “Da grande farò anch'io così”
Vorrei ricordarmene veramente , certe volte, di fronte alle persone che dico di amare. Provare la stessa letizia ignorante quando si apprestano a fare qualcosa che non mi appartiene; quando si emozionano davanti a cose che non mi emozionano, quando amano qualcuno che non sono io. Ritornare a quel sorriso beato e stupido che dentro di me so che da qualche parte esiste, a quel fare adorante e timido che da bambino avevo nei confronti di chi sapeva più cose di me, senza altri fini.
Si può fare? Essere da una parte cosciente della mia pesantezza, del mio continuo cadere verso la gelosia e il desiderio di possesso, e nello stesso tempo evitare di aggrapparsi? Sperimentare la vertigine e la paura della caduta, assaporare con benevolenza la propria debolezza, e ciò nonostante lottare con tutte le proprie forze per non cedere ai movimenti inconsulti che essa ti suggerisce? Imparare a stare nelle proprie tristezze, senza scappare verso facili conclusioni o consolazioni, senza cedere al ricatto che impone di scegliere tra sentirsi colpevole e credere gli altri colpevoli? Di osservarle con lo stesso distacco di un eroe tragico, che può solo cercare di fare bene la propria parte?
Prego di sapere il distacco, prima di doverlo davvero praticare.
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